Lido Roads 2015 #10 – Le declinazioni del documentario

afternoon 2015

La giornata di oggi è stata segnata da una continua riflessione sul film documentario, le sue modalità e i suoi scopi. In questa edizione ho visto piú documentari del solito (fino a stasera ne ho visti 10) e sono state tutte visioni molto diverse: alcuni parlavano di personaggi e altri di avvenimenti, alcuni con stile piú ricercato di altri, alcuni lunghi e altri molto brevi.

Già nei giorni passati avevo avuto modo di discutere sui lavori visti (dato che comunque come giuria eleggeremo uno di questi a vincitore), ma l’esperienza che ho vissuto oggi mi ha dato ulteriori nuovi spunti. Il primo film di oggi è stato un film fuori concorso che non si puó incasellare nel genere documentario, cioé Afternoon di Tsai Ming-liang. All’interno di un’inquadratura fissa il regista e il suo amico attore Lee Kang-shieng parlano tra loro delle loro vite, affrontando i temi della salute, della famiglia, della religione e soprattutto il proprio rapporto e i lavori realizzati insieme. Il tutto in 2 ore e 17 minuti con solo 2 stacchi di montaggio. Il contenuto del film è genuino e spontaneo quanto un docuemntario richiederebbe, e ci permette di avvicinarci a questi due personaggi. La forma con cui ciò avviene è tutto meno che una struttura documentaristica: il film staziona in una terra di mezzo in cui non si riesce a definire il documento (cioè gli anedotti narrati), la fiction (spesso il regista guarda in camera, si possono sentire i clic dei fotografi di scena e vedere il boom entrare in campo) e la videoarte (i due protagonisti vengono lasciati a ruota libera a esprimere e rivelare le proprie opinioni senza sceneggiatura e senza possibilità di censura). Posso quindi attestare che questo film è un documentario?

Domandandomi ciò ho proseguito con la visione di altri due documentari: The 1000 eyes of Dr Maddin di Yves Montmayeur e Helmut Berger, actor di Andreas Horvath. I due film possono essere accomunati dal medesimo tema, entrambi parlano di due personaggi del cinema europeo molto provocatori e non convenzionali.Sono però agli antipodi delle possibilità documentaristiche: mentre il primo si avvale di numerosi estratti dai film, riprese di eventi a cui ha preso parte il regista e interviste fatte in diversi anni, il secondo descrive un periodo breve della vita dell’attore Helmut Berger (che lavorò con registi come Visconti, Losey, Chabrol, Coppola), mostrando senza alcun velo la sua casa, le sue abitudini e i suoi disturbi psichici. Ai due film ho avuto reazioni diversissime: dopo il primo sentivo di aver appreso, in maniera diretta e piacevole, la filosoia del regista Guy Maddin, la cui aspirazione di fare film che possano essere visti come si ascolta la musica lo ha portato molto vicino al cinema delle origini e alla videoarte. Dopo la visione di Helmut Berger invece provavo un senso di distacco e quasi di disgusto per ciò che mi era stato fatto vedere, e anche un po’ di stupore: perchè mostrare solo la vecchiaia e la malattia di un importante attore? Perché mostrarlo nudo intento a masturbarsi? Perché riprendere con uno sguardo insistentemente perverso i suoi sproloqui volgari e ripetitivi? La risposta che ho trovato confrontandomi coi miei compagni è stata che effettivamente si tratta di un documentario che mostra un uomo e il suo declino, senza censure e con un intento volutamente provocatorio e disturbante. Ma ciò che alla fine mi è rimasto di questo film è una fastidiosa volgarità che non mi ha portato a voler scoprire il personaggio, quanto piuttosto ad allontanarlo, e uno stile tecnico e di montaggio non ricercato, non curato e secondo me neanche troppo efficace, cose che invece ho riscontrato in The 1000 eyes of Dr Maddin. Grande plauso va al regista Andreas Horvath, che ha seguito Berger anche se veniva insultato, scacciato, malmenato, ma il risultato finale non mi ha coinvolto o educato. Mi ha dato però da pensare a molt temi legati al documentario: la persona ripresa viene influenzata dalla presenza della camera da presa? Fino a che punto? E il regista quanto può lasciarsi coinvolgere nella vita del suo soggetto? Il regista ha il diritto di dipingere un uomo mostrando solo pochi anni della sua vita? Quale etica lo ha guidato mentre riprendeva e montava il suo lavoro?

Queste riflessioni sono ancora vivide in me, e saranno sicuramente spunti interessanti per accrescere il mio interesse e la mia competenza in materia. Intanto domani ci aspetta la riunione finale in cui come Giuria Classici sceglieremo il miglior film restaurato e il miglior documentario della nostra sezione, che verranno premiati durante la cerimonia di chiusura di sabato 12 settembre.

Oggetto di oggi: dopo diversi giorni in cui si passano circa 7 ore davanti a uno schermo gli occhi cominciano ad urlare pietà, anche perchè per vivere appieno la mostra le discussioni sui film proseguono fino ad ora tarda al bar o in qualche festa. É consigliabile quindi partire con un collirio rinfrescante e disinfettante per alleviare il dolore e la stanchezza.

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Posted on September 11, 2015 in Eventi, Festival

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