Film sconvolgenti: chi l’ha detto che il cinema deve solo intrattenere?

Mostra del cinema di Venezia #6 Lido Roads

Il cinema ci apre una finestra sulla nostra interiorità e sulla nostra emotività. Mi piace sempre ricordare il documentario The pervert’s guide to cinema di Slavoj Zizek in cui si dice che l’esperienza del cinema è paragonabile a quella di tirare lo sciacquone del water e vedere gli escrementi riemergere della tazza. Non è un’esperienza che deve farci sentire a nostro agio, deve farci confrontare con tutto quello che crediamo di poter rimuovere e dimenticare.

Oggi abbiamo visto diversi film che ci hanno permesso di confrontarci con questa idea.

Innanzitutto il discusso documentario Caniba di Lucien Castaing-Taylor e Verena Paravel. Un materiale da paura che vede i documentaristi avvicinare il criminale Issei Sagawa, divenuto celebre negli anni 80 per aver ucciso e divorato una sua compagna di studi in Francia, diventando uno dei casi di cannibalismo più celebri al mondo.

L’idea di vedere sullo schermo quel volto dialogare con noi è di per sé sconcertante, ma il film ha purtroppo deluso molti degli spettatori perché più che una ricostruzione dei fatti condotta tramite interviste è invece una ripresa lenta e riflessiva sugli aspetti umani di questa persona demonizzata dal mondo intero. Un uomo ormai anziano, che pare aver raggiunto un equilibrio (proprio grazie all’appagamento derivato dal suo gesto) e che si mostra in totale serenità.

Un lavoro che comunque fa riflettere molto sul mondo interiore che tutti noi nascondiamo ogni giorno, fatto di perversioni, sogni e desideri inespressi, di qualunque portata essi siano. Un’opera che fa riflettere sull’umanità oltre la violenza, a cui è difficile restare indifferenti.

Un altro film fa riflettere sulla dialettica tra ciò che mostriamo, ciò che le situazioni sono oggettivamente e quale tipo di umanità si muove oltre quei gesti. Si tratta dello spettacolare Three Billboards outside Ebbing, Missouri di Martin McDonagh (già regista di Sette psicopatici e In Bruges): appare come un film poliziesco dalle tinte forti, ambientato in un piccolo paese dove tutti si conoscono e tutti lottano per le loro personali battaglie. Intorno alla struttura principale della storia sono costruiti dei solidi personaggi che aggiungono dimensione ed emozione alla trama.

E’ stata dimostrata una grande capacità di scrittura in questo film: sebbene la tematica sia terrificante, i personaggi disegnati nei minimi dettagli riescono a donare una dimensione umoristica, aggiungendo ognuno un suo contributo alla costruzione del senso della storia. Un’opera mirabile, per me finora la migliore vista in concorso. La scoperta del lato umano dei personaggi e delle loro relazioni è molto più importante della trama, ed è a loro che si resta legati anche a film finito. Mostra come ognuno di loro abbia una facciata, un ruolo, che è ciò che serve alla storia per marciare, ma anche il loro mondo al di là di questo, che è l’elemento brillantemente scritto dal regista.

Questo fil rouge trova prosieguo anche in un altro film che abbiamo visionato, sempre in concorso, The Third Murderer di Hirokazu Koreeda. Un avvocato chiamato a difendere un colpevole di omicidio, dal distacco iniziale passa a empatizzare con lui man mano che la storia va avanti la versione del colpevole prende una piega sempre più impensabile. Una prova di fiducia che non si basa quindi anche qui sui fatti, bensì sull’empatia tra esseri umani che trovano la forza di guardarsi dentro.

 

 

Cinema opens a window to our inner reality and emotionality. I always like to remember Slavoj Zizek’s documentary The pervert’s guide to cinema, in which he says that the cinema experience is like flushing the toilet and seeing our excrements coming back on the surface. It’s an uncomfortable experience that makes us compare oneself to all those things we hope to forget.

Today we saw many movies that consent to us to reflect on this theme. First of all the documentary Caniba by Lucien Castaig-Taylor and Verena Paravel. They shot an insane material when they met Issei Sagawa that killed and ate one of his university colleagues in France in the 80s, becoming one of the most famous cannibal case in the world.

Just the idea of seeing on screen that face talking to us is creepy, but the movie unfortunately disappointed the audience. They wanted something about the story and maybe some revelations, but the movie is mostly a slow and reflective shot on the human aspects of this complicated person. An old man that now seems in peace (probably also because he satisfied his needs years ago). An interesting movie that makes us think about our inner world made of perversions, dreams and unexpressed desires, no matter how huge. That makes us think about the humanity behind violence.

The other movie to reflect on the dialectic between what we show, what the facts are and what kind of humanity there is behind this is Three Billboards outside Ebbing, Missouri by Martin McDonagh (director of Seven Psychopath and In Bruges). It appears as a dark crime story, set in a small village where everybody knows each other and fights for their personal struggles. Linked to the main structure of the story there are some really strong characters, and everybody adds dimension and feelings to the story. It’s a great proof of good writing: even though the theme is horrific the characters, design in every detail, give an humoristic dimension, contributing to the sense of the story. A remarkable movie, for me the best seen in the competition. The human side of the characters and their relationships are discovered and is more important that the resolution of the crime. It’s show how behind the role, necessary to keep the story going on, there’s an entire universe in every character and this is the brilliant ability of the director.
This fil rouge links also a third movie, selected in the competition, The third murderer by Hirokazu Koreeda. A lawyer is called to represent a murderer, and in the movie starts saying that is good to take the distance from the client to look for the best version to support during the trial and in the end he totally empathizes with him, also when his version becomes too impossible. A proof of trust that is not based on facts, but only on feelings between human beings that find the strength to look inside themselves.

 

Testo: Arianna Vietina

Traduzione: Elisa Biagiarelli

Foto: Francesco Bertin

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Posted on September 5, 2017 in Festival

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