Venezia abbiamo un problema: film senza una struttura filmica

Venezia Mostra del Cinema 2017

C’è un problema che sto riscontrando in numerosi film, non solo qui alla mostra. Pare che per favorire una regia o una sceneggiatura estrosa oppure per una ricerca di originalità si tenda ad abbandonare alcune regole basi della struttura filmica. Ora, per fare un film non è necessario attenersi rigidamente alle regole dello storytelling, anzi molti capolavori sono diventati tali proprio per la loro destrutturazione di questa base fondamentale della narrazione. Però aggiungendo qualcosa d’altro in cambio, per permettere allo spettatore di trovare un senso a ciò che sta vivendo.

La struttura narrativa interna fa da volante per chi di noi vi si avventura nel film, permettendoci di sentirci coinvolti.

Ieri abbiamo visionato 5 film, dei quali 4 peccavano di struttura narrativa. In modi diversi naturalmente, e traspariva la più o meno consapevolezza degli autori su questa scelta, ma tutti film che avevano il potenziale per raccontare qualcosa ma non sono riusciti a farlo fino in fondo.

Lean on Pete, una storia di formazione che sembra divisa in due atti, per quanto la prima parte del racconto è separata dalla seconda. Accatasta molti temi cercando un contatto empatico che la regia e l’interpretazione non riescono a raggiungere.

Il contagio, un film italiano tratto da un romanzo che parla di storie incrociate di criminalità e nulla aggiunge a un panorama cinematografico già fossilizzato su questi temi. Trattati qui con una regia schizofrenica e pacchiana, adattata su dialoghi e personaggi macchiettistici.

Invisible, Juno in versione triste. Spesso ci sono numerosi film che trattano temi simili, ma il peculiare punto di vista di sceneggiatura e di regia deve fare la differenza. Un film non originale che parla con una voce non sua.

West of Sunshine, qui la mancanza è nella distanza drammatica. Non c’è storia senza conflitti, e qui i conflitti hanno una dimensione che viene progressivamente ridotta impedendo allo spettatore di appassionarsi, nonostante i bravi attori.

Infine la giornata si è conclusa con un film in concorso degno del suo ruolo in questo festival. Foxtrot di Samuel Maoz è la risposta a tutti i dubbi e le critiche che ho mosso lungo la giornata. Una regia limpida ma peculiare al tempo stesso, capace di rendere dinamica un’inquadratura di transizione sul mezzo busto di un uomo, una regia presente, palpabile ma che accompagna il senso della storia aderendovi completamente. Un dramma semplice sulla scomparsa di un figlio e le sue conseguenze, una storia vista e rivista ma mai così. Il tempo viene decostruito, i dialoghi formano una danza di pieni e vuoti in cui lo spettatore partecipa alla creazione di un senso. E nella scena del ragazzo che balla con il suo fucile possiamo percepire come storia, messaggio ed estetica compositiva concorrano alla creazione di un ottimo film, che ha ottime chance di ricevere un Leone (che sarebbe il secondo per questo regista).

 

 

I think there is a problem in many recent movies, not only here in Venice. To express originality there’s the trend to abandon some important rules of cinema structure. Structure is not everything for a movie, many masterpieces are important exactly for this rebellion to storytelling. But in exchange they give us something else for the spectator to find or build his sense about what he is watching. Storytelling is like a steering wheel for who is getting inside the movie, is what guides us and makes us feel emotionally involved in it.

Yesterday we saw five movies and four of them had a lack of structure, in different ways. It’s easy to notice that sometimes is a choice and sometimes is a mistake, but in the end these are all movies that had the potential to tell their stories but they couldn’t.

Lean on Pete, it’s a coming of age story that is divided in two blocks that are not talking to each other. It puts so many themes one on another trying to empathize with the audience without a strong direction or a good interpretation.

Il contagio, an italian movie based on a book that is about different crossed criminal stories and doesn’t add anything to the italian cinematic landscape that is already stuck on this themes. Which here are badly directed, adapted on stereotyped dialogues and characters.

Invisible is a sad and grey Juno. There’s always movies talking about the same topics, but the particular point of view of the director has to make the difference. This movie is not speaking with his own voice.

West of Sunshine has a different lack, this time in the dramatic distance. There’s no story without struggles, and here the struggle has a minimum dimension that keeps getting smaller, that makes impossible for the audience to fall in love with the good interpretation from the actors.

Finally, at the end of the day we saw a really good movie that is proper for this competition. Foxtrot by Samuel Maoz is the answer to all this doubts about stories and structures. Clear and particular art of directing in the same moment, able to create dynamic frames also for static moments. A touchable direction that supports greatly the story of the loss of a son. A story already seen but never in this way. Time is destructured in the macro implant of the movie, but storytelling works in every single scene and dialogues sculpting full and empty spaces that the spectator has to fill to create the sense. In the scene in which a young soldier dances with his rifle we can see how story, message and aesthetic form participate together to the creation of a fantastic movie, that has great chances to win a prize, that would be the second in Samuel Maoz’s carrier.

 

Articolo di Arianna Vietina

Traduzione di Elisa Biagiarelli

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Posted on September 2, 2017 in Festival

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