Le Voci dell’Inchiesta vogliono che apriamo gli occhi sul mondo che ci circonda

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Dopo l’esperienza positiva dell’anno scorso, anche quest’anno ho avuto la possibilità di partecipare al festival Le Voci dell’Inchiesta, organizzato da Cinemazero a Pordenone dal 5 al 9 aprile. Siamo ormai giunti alla decima edizione di questo evento unico per la diffusione del cinema documentario nel nostro paese, impreziosito da un’ampia varietà di eventi e anteprime.

Tra i tanti documentari visti il titolo che mi ha appassionato e sconvolto di più è Seed: The Untold Story. Realizzato da Jon Betz e Taggart Siegel, affronta il tema dei semi mostrando la drastica diminuzione della biodiversità (nell’ultimo secolo il 94% della varietà di semi è sparita) e il modo in cui le multinazionali hanno rovinato la natura con la produzione di semi artificiali. Il cibo è la nostra fonte di vita principale, eppure con l’evoluzione dell’umanità è diventato un mezzo per il controllo dei popoli da parte dei potenti che riempiono gli scaffali dei supermercati di qualsiasi cosa. Bisogna parlarne di più, partendo proprio dai semi, che sono alla base della vita.

Molto presente a questa edizione del festival è stata la questione dei conflitti mediorientali. Tra i lavori mostrati i due più interessanti sono stati Nowhere to Hide e Dugma:The Button.
Nowhere to Hide, realizzato dal regista curdo-norvegese Zaradasht Ahmed, è il racconto in prima persona di un infermiere iracheno che ha filmato la sua vita dal 2013, anno in cui gli americani hanno lasciato l’Iraq, fino alla fine del 2014, quando si è ritrovato a dover scappare dalla sua città per portare in salvo la sua famiglia durante l’invasione dell’ISIS. Un lavoro pieno di umanità che colpisce per il modo in cui mostra la vita quotidiana delle persone che subiscono sulla loro pelle le conseguenze dei conflitti.
Dugma: The Button, di Paul Salahadin Refsdal, è stato girato in Siria e illustra le vite di due uomini combattenti per il fronte di Al-Nusra, mentre aspettano di compiere il loro dovere come kamikaze. Il regista con questo documentario ha voluto indagare i motivi, i pensieri che spingono questi uomini a rinunciare alla loro vita, trascorrendo circa sei settimane a filmare la loro realtà quotidiana. A chi ha contestato la scelta del soggetto del documentario, il regista ha spiegato che il gruppo a cui appartengono non attacca mai civili, ma prende di mira solo i fronti nemici. Del resto la guerra è questo, soldati che uccidono altri soldati. Ma anche loro sono esseri umani, alle prese con una situazione davvero particolare. Perché allora non raccontare la loro storia?

Come l’anno scorso è stato votato il premio del pubblico che in questa edizione è andato a La Chana di Lucija Stojevic, documentario magnetico sull’incredibile Antonia Santiago Amador, ballerina di flamenco gitana. Nota a livello internazionale, la Chana è una donna ricca di energia che ha vissuto tutta la sua vita seguendo il ritmo della musica. Ritmo che guida anche tutto il documentario, mostrando la vita di questa donna dalla fama, agli abusi del marito, fino alla rinascita e alla pace. Una storia umana molto toccante che mostra come debolezza e forza possano coesistere, l’importante è non arrendersi mai.

Il premio del pubblico ha poi premiato al secondo posto Waiting for Giraffes di Marco De Stefanis e al terzo posto Food ReLOVution di Thomas Torelli. Da una parte la vita di Sami Khader, veterinario dell’unico zoo palestinese che si trova a Qalquilya. Dall’altra una ricerca equilibrata sul perché ogni essere umano dovrebbe, per il suo bene e per quello del mondo, avere una dieta vegana.

Questi non sono stati gli unici documentari interessanti e meritevoli, ma è difficile esprimere in poche righe tutte le immagini viste e le emozioni provate. Il mondo in cui viviamo sta soffrendo molto, e sono tantissime le situazioni che ci scuotono e abbattono le nostre speranze. Avere la possibilità di vedere questi documentari è senza dubbio un modo per aumentare la propria consapevolezza sul mondo che ci circonda. La cosa che mi rattrista di più, tra tutte le considerazioni fatte in questi giorni, è che queste opere ricche di importanza, con molta probabilità non avranno circolazione in Italia perché la distribuzione e le persone continuano a vivere voltando le spalle alle realtà meno confortevoli. Ci sarà un modo per cambiare questa situazione?

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Posted on April 11, 2017 in Festival

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