Cinergie #13 – Come la commedia ha rubato il mockumentary all’horror

cinergie13 Mockumentary

Tra i tanti generi cinematografici ibridi ce n’è uno che trovo molto interessante: il mockumentary. Si tratta di una tecnica narrativa in cui delle storie di finzione vengono messe in scena e riprese come se si trattasse di un documentario. Diventato popolare nell’ambito horror (The Blair Witch Project, REC, Lake Mungo) con lo scopo di conferire maggiore senso di verità e coinvolgimento nello spettatore, in tempi recenti si è diffuso anche nelle commedie.

Tra gli esempi di commedie mockumentary ce ne sono due che mi hanno colpito in maniera particolare: What We Do in the Shadows (2014) e Popstar: Never Stop Never Stopping (2016).
Il primo è un film neo-zelandese, diretto da Taika Waititi e Jemain Clement, in cui viene mostrata la vita quotidiana di quattro vampiri di Wellington. In Italia ha avuto la sua premiere al Torino Film Festival, dove ha vinto anche il premio per la miglior sceneggiatura.
Popstar: Never Stop Never Stopping è invece un mockumentary del gruppo di comici, cantanti e videomaker The Lonely Island, composto da Andy Samberg, Akiva Schaffer e Jorma Taccone. Il finto documentario in questo caso racconta la carriera musicale di Conner4Real, dal suo esordio con i The Style Boyz, fino alla carriera solista. Guardandolo sembra di assistere al classico documentario musicale, grazie anche al coinvolgimento di diversi esponenti del mondo musicale odierno, come Simon Cowell, Ringo Starr e Justin Timberlake.

Nonostante la comune base comica si tratta di due opere molto diverse.
Popstar è una caricatura dello show business musicale, in cui il livello di demenza della comicità americana viene portato agli estremi. Il film contiene tutti gli escamotage comici classici e se non fosse per la forte capacità comica di Samberg e colleghi, il tutto si potrebbe benissimo definire banale. Lo stile documentaristico mostra situazioni di finzione rese realistiche da elementi e persone che conosciamo bene in quanto provenienti dalla nostra realtà ed è proprio questa vicinanza alla quotidianità ad aumentare l’effetto comico. Il quale purtroppo non riesce a svincolarsi da battute e allusioni a sfondo sessuale e all’esaltazione dell’eccesso.

Tutt’altra comicità appare nel lavoro di Waititi e Clement che si inserisce invece nell’ondata di ripresa del tema vampiresco e gioca con i clichè in maniera molto più originale. Dall’impossibilità di specchiarsi alla paura del sole, tutti gli elementi soggettivi vengono accompagnati da una forte umanità e, incredibile ma vero, contribuiscono all’immedesimazione degli spettatori con i personaggi mostrati sullo schermo. Questi vengono fortemente caratterizzati da dettagli tanto dolci da risultare paradossali, come il modo in cui Viago cerca di fare attenzione a non sporcare quando uccide le sue vittime oppure le sofferenze amorose di Vladislav. Tutti questi elementi creano un prodotto umano e divertente, che invoglia a essere visto e rivisto da chiunque.

Il mockumentary è affascinante perché è un genere che mette in scena il sottile confine tra realtà e finzione, mostrandoci quanto sia facile ingannare lo spettatore. Certo se viene raccontata la vita di alcuni vampiri è ovvio che si tratti di finzione, ma se vengono mostrati i futili passatempi di una popstar? Fino a che punto ci si può spingere prima di creare una visione della realtà che a tutti gli effetti non esiste ma che può influenzarci e condizionarci per la sua possibile verità?

Posted on January 19, 2017 in Cinergie

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