Come un film filippino di tre ore mi ha cambiato il 2016

Cercando l’ispirazione per il nuovo articolo di Cinergie ho iniziato a riflettere sui film che ho visto quest’anno, cercando di trovare un filo comune tra quelli che mi hanno colpito di più per scriverci qualcosa di interessante. Vivendo un periodo complicato con la mia psiche non sono riuscita a tirare conclusioni efficaci e dopo diversi tentativi ho deciso di scrivere qualche riga su quella che è stata l’esperienza cinematografica che mi ha colpito di più in questo 2016.

Si tratta della visione del film Ang Babaeng Humayo di Lav Diaz. Quest’anno sono stata per la prima volta alla Mostra del Cinema di Venezia ed è stata un’esperienza che mi ha insegnato molto. Qui mi sono resa conto di quanto sia piccolo il mondo cinematografico in cui vivo. Nonostante il forte interesse per il cinema, gli studi universitari e la normale frequentazione delle sale mi hanno sempre portata a vedere film italiani, americani/inglesi, francesi e molto molto raramente qualcosa da altri paesi. Nel mio piccolo non avevo mai realizzato quanto questa fosse una mancanza immensa.

Da quando ho iniziato a frequentare i festival ho finalmente avuto la possibilità di allargare i miei orizzonti e questo mi sta dando molto. Dico tutto questo perchè inizio a nutrire la speranza che anche altre persone possano avere questa possibilità. Vivere nell’epoca della grande globalizzazione a cosa serve se non si possono vedere film da tutto il mondo nelle sale? Il dominio del cinema inglese e americano è qualcosa su cui non si riflette abbastanza.

Perchè il film di Lav Diaz? Perchè mi ha dato più di qualsiasi altro film io abbia mai visto. Vivere la visione di un film qualsiasi di norma implica circa due ore di semplice e illusorio distacco dalla realtà, di emozioni causate da azioni piene di adrenalina e amori strappalacrime inutili e finti. Poi finisce tutto e si torna ad affrontare la monotona quotidianità. Certo, ci sono tanti film che vanno ben oltre il semplice intrattenimento, ma avere la possibilità di uscire dalla sala con un rinnovato sguardo sulla realtà, sulla percezione della vita nel vero e proprio senso di ogni respiro che facciamo, è qualcosa di raro.

La cosa che più mi è rimasta della proiezione del film di Lav Diaz è il sapore dolce della lentezza. Un film che dura  3 ore e 47 minuti e che è in grado di farti realizzare quanta pace può esserci nel vivere la vita per quello che è. Ogni elemento, fotografia inclusa, contribuisce ad aumentare la percezione di una realtà lenta e meravigliosa. Nel film il tema dominante è la sofferenza di una donna che cerca il figlio, e nonostante tutti i problemi non si arrende. Quanti di noi possono dire di essere in grado di non arrendersi di fronte al vortice di ogni giorno, al correre dalla mattina alla sera per conquistare cosa? Un altro bonifico sul conto in banca. Dei numeri e dei pezzi di carta.

La bellezza di un sorriso e di un abbraccio delle persone che si amano finisce in secondo piano così spesso di fronte alla nervosa realtà mentre Ang Babaeng Humayo mi ha fatto tornare il desiderio di sedermi, respirare.

Quanti film possono darti questo? Di sicuro nessun cinepanettone o nessun film sparatutto.

Concedetemi in queste ultime righe un appello: guardate film serbi, greci, svedesi, indiani, coreani, qualsiasi posto nel mondo. Perché il cinema può dare molto di più di quello che vi viene offerto e rimanere chiusi nel proprio universo non serve a niente.

Elisa Biagiarelli

Commenti

commenti

Posted on December 22, 2016 in Cinergie

Share the Story

About the Author

Back to Top