Cinergie #5 – Vendere la realtà

The Imitation Game, The Stanford Prison Experiment e Suffragette sono tre film che hanno in comune il fatto di avere come soggetto storie vere con un enorme potenziale narrativo e cinematografico. Potenziale che, purtroppo, non viene sfruttato in nessuno dei tre prodotti finali e si appiattisce in film monotoni e impotenti dove la verità si spegne in pasticcini per le masse.

The Imitation Game rappresenta la storia di Alan Turing, il matematico che viene considerato uno dei padri dell’informatica e che morì suicida dopo essere stato pesantemente accusato e ostacolato da parte del governo britannico per la sua omossesualità.

Il film è uscito nel 2014, dopo che il 24 dicembre 2013 la regina Elisabetta concesse a Turing il perdono reale per le ingiuste accuse del 1952. Questa vicinanza di eventi sembra dare l’idea che gli inglesi abbiano voluto produrre il film per dare maggiore enfasi all’evento del perdono ricevuto dalla regina. Il film si concentra, però, esclusivamente sul periodo in cui Turing ha lavorato alla macchina che aveva la funzione di decifrare i codici segreti dei nazisti. La questione della sua vita privata focalizza solo la relazione con Joan Clarke, l’unica matematica che entra a fare parte del gruppo che lavora sulla decifrazione dei codici. La sua omossesualità viene appena accennata, passando in secondo piano come un fantasma di cui ancora non si può mostrare il volto.

The Stanford Prison Experiment rappresenta il reale esperimento compiuto nel 1971 dallo psicologo e professore Philip Zimbardo, il quale ricreò all’interno della Stanford University una prigione fittizia assumendo dei giovani ragazzi per vedere come si sarebbero comportati una volta assegnato loro il ruolo di prigionieri e guardie. Zimbardo fu costretto a chiudere l’esperimento dopo soli sei giorni a causa dei risvolti imprevisti ed eccessivamente violenti. Il film affronta questi sei giorni spalmandoli in due ore, allungando i tempi lì dove non ce n’era la necessità e mettendo qualche scena di impatto ogni tanto forse cercando di mantenere costante l’attenzione di chi osserva il film. Una storia come questa dovrebbe far riflettere, dovrebbe mostrare la violenza che si nasconde in ogni essere umano e da questo film tutto ciò appare troppo relativamente. Questo è dovuto anche alla recitazione sottotono degli attori, tra i quali, l’unico che da una sensazione di follia è Ezra Miller.

Suffragette, atteso nelle nostre sale per il 3 marzo, racconta la nascita del movimento delle Suffragette, donne che lottavano per il loro diritto al voto, e alcuni degli sviluppi delle proteste che si sono svolte in Inghilterra tra il 1912-1913. Scritto da Abi Morgan e diretto da Sarah Gavron, si nutre di un cast in cui sono presenti, tra le numerose attrici, Helena Bonham Carter e Carey Mulligan e che vede anche la breve partecipazione di Meryl Streep. Nomi importanti e molto conosciuti che insieme a quello delle musiche di Alexander Desplat, hanno dato ottima pubblicità ad un film di cui probabilmente le vere suffragette non andrebbero molto fiere. Il movimento appare debole e non trasmette una reale sensazione di lotta e sofferenza. Le scene di scontro con la polizia, ad esempio, sono così piatte da lasciare l’amaro in bocca. La sceneggiatura, inoltre, zoppica cercando di avere un filo narrativo attraverso il ruolo interpretato da Carey Mulligan, una madre a cui viene proibito di vedere il figlio dal marito a causa della sua partecipazione alle attività delle Suffragette.

Elisa Biagiarelli

Posted on January 20, 2016 in Cinergie

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