Cinergie #4 – Documentare la libertà

Cinergie 4 - Documentare la libertà.

Winter on fire: Ukraine’s fight for freedom e Ai Weiwei: The Fake Case sono documentari che affrontano due casi apparentemente diversi e che in realtà toccano un problema comune: la lotta per la libertà. Libertà di parola e di esprimere la propria opinione, libertà di scegliere chi governa, libertà di essere liberi.

Winter on fire è un documentario prodotto in parte da Netflix che mostra i fatti avvenuti in Ucraina durante le proteste che hanno avuto luogo tra novembre 2013 e febbraio 2014. Dopo il rifiuto di firmare gli accordi con l’Europa da parte del presidente Janukovyč iniziarono delle manifestazioni pacifiche da parte degli studenti che rivendicavano il loro desiderio di entrare in Europa. Queste manifestazioni presto si trasformarono in lotte violente per colpa degli attacchi della polizia che colpiva brutalmente in manifestanti sotto ordine del governo. Nacque così un vero e proprio movimento che si stabilì in piazza Maidan combattendo contro la polizia per mesi fino all’accordo ottenuto a febbraio del 2014.

Nel documentario gli avvenimenti vengono ricostruiti in maniera molto chiara con mappe dei vari luoghi della città che sono stati i centri delle proteste e delle violenze. Il tutto viene accompagnato dalle immagini riprese dai circa 28 cameraman sparsi per la città dal regista Evgeny Afineevsky. Sono immagini forti, che non lasciano nessun dubbio sulla crudeltà delle Berkut, le ex unità antisommossa ucraine. L’importante in casi come questo non è la qualità delle immagine, ma il bisogno di documentare quello che stava succedendo valorizzando dei fatti che hanno mostrato l’incredibile determinazione degli ucraini che hanno rinunciato in molti casi alla loro vita per garantire alle persone del proprio paese, ai propri figli, un futuro in un paese libero e non sottomesso ad una dittatura. Le immagine vengono poi “narrate” e commentate attraverso interviste alle persone che hanno vissuto quei mesi in prima persona.

Ai Weiwei: The Fake Case è molto diverso dal punto di vista stilistico. Le riprese, praticamente integralmente fatte dal regista danese Andreas Johnsen, mostrano la vita dell’artista Ai Weiwei nell’anno trascorso in libertà vigilata dopo che era stato tenuto in ostaggio 81 giorni dalla polizia cinese senza nessuna valida accusa. Per elaborare una ragione per il loro comportamento, il governo ha poi accusato la sua società Fake di Weiwei di evasione fiscale, giustificando così la loro paura nei suoi confronti e il desiderio di farlo tacere.

Le riprese in questo documentario sono molto intime, entrano nella vita dell’artista in ogni suo aspetto. Vediamo la creazione di un nuovo progetto artistico, il rapporto con la moglie e il figlio e attività molto semplici come dormire o farsi la doccia. In questo caso si tratta di una lotta meno violenta, ma certo difficile perchè ha colpito psicologicamente non solo l’artista ma anche i membri della sua famiglia e i suoi amici. Sono intense le conversazioni tra Weiwei e sua madre in cui lei cerca di convincerlo a smettere di attaccare e disubbidire al governo perchè ha paura di perderlo. Lui ovviamente non cede, per rispettare i suoi principi e perchè, come dice lui, “Ho una vita difficile. Questo non mi rende nè più debole nè più forte, devo solo affrontarlo”.

Da questa esperienza Ai Weiwei ha poi tratto il suo progetto chiamato S.A.C.R.E.D. destinato alla Biennale di Venezia in cui, in sei box di reali dimensioni ha ricostruito perfettamente la sua cella e le uniche attività che gli erano “concesse”: mangiare, dormire, andare in bagno e essere interrogato, il tutto sotto continua osservazione da parte di due guardie.

Elisa Biagiarelli

 

Se siete interessati alle opere di Ai Weiwei potete consultare questo sito: Artsy.net

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Posted on December 12, 2015 in Cinergie

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