Torino Film Festival in doppio

La 33esima edizione del Torino Film Festival si sta tenendo in questi giorni, dal 20 al 28 novembre, e anche quest’anno abbiamo partecipato anche se solo per i primi tre giorni. Tre giorni sono lunghi e impegnativi al TFF, perchè l’offerta del festival è ricchissima e la vita dell’accreditato, tra freddo e spostamenti costanti tra le sale sparse per la città, è stancante. Rispetto allo scorso anno abbiamo puntato su tre giorni concentrati, ma andando a seguire il festival con due inviate (oltre me anche Elisa, la nostra curatrice della rubrica Cinergie), vivendo quindi tutte le proiezioni con uno spirito comune di confronto e di scambio. In questi anni in cui abbiamo cominciato a frequentare assiduamente i festival del cinema italiani siamo giunti alla conclusione che di festival non se ne ha mai abbastanza: per quanto sia stancante si potrebbe vivere mesi passando da una sala all’altra, di città in città, guardando quattro, cinque, sei film al giorno, in nome dell’esperienza irripetibile della scoperta e riscoperta delle forme dell’espressione cinematografica.

Arianna: Tra i film visti da me in questi giorni ci sono alcuni prodotti da segnalare. A cominciare con il trio di opere di Sion Sono, che si può commentare come un unico film, in cui impera la dialettica dell’assurdo per raccontare l’alienato immaginario giapponese dove realtà  e finzione si sovrappongono, bene e male si scambiano e i protagonisti finiscono per precipitare in un vortice inestricabile di eventi. Sion Sono, in modo particolare in Tag, mette in scena i due istinti che regolano la vita dell’uomo, la sopravvivenza e la vendetta, senza preoccuparsi delle responsabilità implicate: solo un colorato e caotico flusso di azioni spontanee e senza riserve, liberatorie.

L’altro prodotto assolutamente da non perdere è il film di Miguel Gomes Le mils e uma noites, un’opera in 3 parti di due ore ciascuna, che apre una finestra sul Portogallo contemporaneo: ispirato alla struttura de “Le mille e una notte”, racconta diverse storie che prendono spunto da episodi realmente avvenuti in Portogallo tra il 2013 e il 2014. Meraviglioso è il momento iniziale del film in cui il regista stesso si presenta davanti alla macchina da presa e, dopo aver espresso la sua difficoltà nel parlare di storie di fantasia e del suo profondo legame con gli avvenimenti del suo paese, scappa dalla sua troupe, che per il resto del film continua a cercarlo.

Elisa: Il film più interessante che ho visto nei tre giorni del festival per me è stato Interruption. Opera prima del regista greco Yorgos Zois, mostra una messa in scena molto moderna dell’ Orestea di Eschilo. Dopo pochi minuti in cui si assiste a quello che sembra un normale spettacolo, alcune persone salgono sul palco armate di pistola e si presentano come il coro. Questo invita alcuni spettatori ad unirsi a loro trasformandoli negli “attori” che andranno a realizzare la rappresentazione. Un gioco ambiguo in cui realtà e finzione si mescolano continuamente rompendo la “quarta” parete quasi fino a farla sparire del tutto. Gli attori e gli spettatori vengono spogliati da qualsiasi certezza, creando una forte sensazione di confusione dovuta all’impossibilità di razionalizzare ciò a cui si sta assistendo.

L’altro film che mi ha colpito è Me and Earl and the dying girl. Dopo il successo riscontrato all’estero il film diretto da Alfonso Gomez-Rejon è arrivato di fronte al pubblico italiano per la prima volta proprio nelle sale del TFF. Il tema affrontato è quello della malattia nell’adolescenza, recentemente sfruttato anche da film come The fault in your stars. Al contrario di quest’ultimo il film di Gomez-Rejon affronta la storia in una maniera per la maggior parte comica e deliziosa. Arricchisce una trama abbastanza banale con elementi geniali come l’amore per il cinema che porta il protagonista a rifare i grandi classici in chiave parodica insieme all’amico Earl. Un film che fa tanto ridere quanto piangere, forse un po’ troppo denso a causa della costante rincorsa dell’originalità per cercare di distrarre lo spettatore dallo stile, che ricorda indubbiamente Wes Anderson, e dalla storia ormai vista e rivista.

gj
Abbiamo entrambe concluso la nostra esperienza al festival di Torino di quest’anno con God Bless the Child di Robert Machoian e Rodrigo Ojeda-Beck. Un film in cui viene osservata la giornata di cinque bambini (una sorella di 13 anni con i suoi quattro fratelli più piccoli di lei) dopo che la madre è uscita di casa lasciandoli soli. Il regista Machoian ha affermato che negli Stati Uniti il fenomeno della depressione è molto diffuso e nel film ha voluto mostrare le conseguenze di questa malattia sui bambini, mettendo in scena non una famiglia qualsiasi ma la propria. Una scelta che gli è valsa l’elevata attenzione di tutto il festival (tant’è che già nei primi giorni il titolo rumoreggiava tra i favoriti per la premiazione) e che sottolinea con ancora più forza la centralità del problema della depressione. Oltre alla sua famiglia, il regista ha aperto alla cinepresa anche la sua casa, in cui vengono creati una serie di quadri belli e curati nell’aspetto fotografico che permettono di concentrarsi su momenti specifici e individuali evitando una narrativa cinematografica classica. Un film potente che pone numerosi interrogativi senza permettere allo spettatore un solo secondo di distrazione, come se sotto i nostri occhi si stesse compiendo la crescita di questi bambini, passo dopo passo dentro un mondo difforme e gigantesco.

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Posted on November 26, 2015 in Festival, Intrattenimento

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